Stalking tra adolescenti - InfraMente

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STUDIO/RICERCA
STALKING TRA ADOLESCENTI
 
Il fenomeno dello stalking è in larga crescita, si riscontra non solo tra gli adulti ma investe spesso l’età adolescenziale, di per sé già difficoltosa e delicata. Nonostante l’evidente crescita di casi di stalking in adolescenza, gli studi scientifici sono scarsi. Stereotipo comune è assumere che, in età evolutiva, bambini e adolescenti non siano in grado di tenere effettivi comportamenti persecutori o molesti. Analizzando valutazioni cliniche e articoli, derivanti dalla letteratura scientifica, emerge però tutt’altro scenario: il fenomeno dello stalking si riscontra anche in adolescenza, come testimoniano casi concreti di “stalker “ adolescenti le cui prassi persecutorie mostrerebbero elementi di similitudine con quelle adulte (McCann, 2000; Brewster, 2003).
 
McCann (2000), ad esempio,  ha eseguito un influente lavoro sugli stalker adolescenti e sullo stalking tra adolescenti, suggerendo un dato significativo: si parlerebbe di una sorta d’identificazione tra due fenomeni, stalking e bullismo, oggi di indiscutibile rilievo sociale. L’esistenza di tali similitudini accresce così l’esigenza scientifica di un approfondimento,  mostrando un tangibile interesse che deve essere rivolto non solo al  riconoscimento dello stalking tra gli adolescenti, ma anche all’individuazione dei segni e dei sintomi  riscontrati sia nelle vittime che nell’esecutore,  quest’ultimo probabilmente portatore di un comportamento deviante.
 
Lo stalking negli adolescenti, come precedentemente sostenuto, è comunemente inteso come innocuo,  contrariamente agli scenari vissuti in età adulta. Sussiste una blanda forma di riluttanza da parte di alcuni specialisti del settore, psicologi compresi, ad identificare lo stalking adolescenziale come una problematica esistente e spesso lo si riconduce a comportamenti comuni e tipici dell’età. Il minore si ritrova , infatti, di fronte una serie di compiti evolutivi, teorizzati in modo specifico da diversi autori, ciascuno dei quali ne  identifica un periodo delicato e particolare.
Spesso le diverse fasi critiche da affrontare sono esacerbate da atteggiamenti violenti e antisociali, che nel concreto assumono un assetto del tutto specifico. Si sente infatti parlare di Bullismo, così come di Stalking e di “baby-stalker”, a dimostrazione che il fenomeno si radica anche nei vissuti adolescenziali esacerbando meccanismi cognitivi, emotivi e sociali già di per sé complessi per l’età. Problematiche come lo stalking presuppongono l’accettazione di un certo grado di “aggressività” intrisa negli atti comportamentali (Abazia, 2015). A tal proposito,  diverse ricerche scientifiche hanno cercato di evidenziare l’origine dei comportamenti aggressivi e come  essi possano invalidare i rapporti sociali, le interazioni e il processo di socializzazione, altri studi ancora hanno rilevato invece la percezione dei comportamenti violenti, oppositivi e di tutti quegli atteggiamenti che possono essere identificati come devianti.
 
 
Coerentemente a quanto sostenuto, in questa sede  verranno riportati specificatamente i dati  relativi ad  un intervento di sensibilizzazione sul tema della violenza e sul fenomeno dello Stalking. Il progetto si è svolto in collaborazione con l’Associazione InfraMente di Como, che coordina una serie di servizi per le vittime di violenza e reato su tutto il territorio comasco. L’indagine ha permesso di comparare i dati di diverse scuole superiori,  con lo scopo di delineare la percezione del fenomeno stalking negli adolescenti e la conoscenza del tema della violenza, sradicando così le false credenze e aumentando correlativamente la loro consapevolezza.
 
L’attenzione è posta sulla percezione e sul vissuto di tale fenomeno. Nei casi in cui il “possibile” stalker abbia una relazione sentimentale con la vittima, si corre maggiormente il rischio di ritrovarsi intrappolati in un circolo di violenza, dove i  rapporti sentimentali sono disfunzionali  e permane incapacità di distacco e presa di coscienza di quanto vissuto, disconoscendo la problematicità annessa. L’adolescente si mostra così restio ad intraprendere azioni risolutive. Egli tende a rimanere in una rapporto intensivo, molesto e violento poiché subisce la pressione dei pari: così come per gli adulti, si propende verso una relazione d’abuso a causa di una maggiore vulnerabilità, predisposizione a forme depressive e, in molti casi, illusione che l’abusante possa cambiare. In alcune circostanze i lori vissuti si trasformano in una sorta di “condanna morale”, inflitta a se stessi per aver presumibilmente adottato comportamenti provocanti, tali da elicitare nell’abusante atteggiamenti condannabili. L’adolescente potrebbe anche sviluppare (conformemente alla sindrome di Stoccolma) l’idea che il suo abusante sia un difensore tanto di bisogni emotivi quanto di quelli fisici.
 
Sulla base di tali assunzioni teoriche, la ricerca nelle scuole ha cercato di evidenziare i vari aspetti e i diversi vissuti in riferimento a questa delicata tematica.
 
L’indagine ha permesso di comparare diversi dati raccolti, rimarcando similitudini tra gli elementi rilevati nei gruppi sperimentali di diversi istituti scolastici. Lo studio è stato ripetuto negli anni, pervenendo a dati molti simili nonostante l’arco di tempo intercorso. Dalle evidenze scientifiche sembrerebbe sussistere un ampio corpus di emozioni emergenti, probabilmente usate nella gestione di situazioni problematiche, come quella proposta. Si delineano una serie di conseguenze fisiche ed emotive sostanziali: l’ansia è dominante, la si riscontra infatti in più della metà del campione intervistato, segue la rabbia, la sensazione di essere seguiti e stati di paura generalizzata. Situazioni percepite come pericolose inducono ad uno stato d’allarme (espresso chiaramente nelle risposte evidenziate), ma all’estremo opposto si rileva, correlativamente, un atteggiamento d’indifferenza. Ciò potrebbe significare che circostanze potenzialmente rischiose non vengono interpretate in egual modo da diversi soggetti. In particolare la percezione del pericolo, ma soprattutto l’attribuzione di un significato ad una data situazione, può essere un fattore soggettivo. Dai dati emergono altri stati psichici e psicofisiologici rilevanti: si riscontrano difficoltà nel sonno (insonnia persistente), ma anche tono umorale basso, con tendenza alla tristezza e al senso d’isolamento (in percentuale ridotta ma comunque presente).
 
Tali elementi mettono in evidenza un aspetto importante relativo ai sentimenti correlati all’esperienza di stalking, palesando un aumento dello stato ansiogeno seguito da rabbia, probabilmente conseguenza dell’incredulità e impossibilità di gestire la situazione. Si evidenzia come le vittime si ritrovino ad un livello di benessere psichico compromesso,  il tutto enfatizzato da minor fiducia in se stessi.
 
Per quanto riguarda le strategie di coping adottate, una percentuale significativa (quasi la metà del campione intervistato) mostra cambiamenti nelle abitudini di vita, in particolare la modifica dei posti frequentati. Ciò mostra come la campagna stalkizzante possa incidere concretamente sul soggetto, determinando un sostanziale cambiamento di routine. Risulta necessario, inoltre, far fronte al nucleo emotivo, conseguente sia al processo di vittimizzazione nei casi  di “vittime auto-dichiarate”, che alle situazioni di separazione e perdita di quella che rappresentava una possibile figura di riferimento, ora divenuto persecutore. Tra le risposte degli adolescenti circa la metà dei partecipanti ritiene necessario seguire, infatti,  dei corsi per imparare a gestire le emozioni e accettare le separazioni, a dimostrazione che dietro una condotta stalkizzante ci sia anche una problematica gestione delle relazioni, soprattutto in termini emotivi. L’impegno scientifico e istituzionale dovrebbe essere allora quello di favorire lo sviluppo delle competenze (skills) emozionali e relazionali, necessarie per gestire efficacemente le proprie relazioni interpersonali. ( Marmocchi P., Dall’Aglio, C. & co, 2004).
 
Un aspetto rimarchevole riguarda l’esigenza di fonti attendibili che possano colmare gap concettuali, e la necessità di una  migliore fruibilità delle informazioni attraverso canali più diretti e immediati. Tra gli adolescenti si evidenzia, infatti, il bisogno di conoscere i mezzi e/o le modalità per richiedere aiuto nelle situazioni di pericolo (aspetto riscontrato in più della metà del campione utilizzato): si fa riferimento ad una percentuale considerevole, che potrebbe far presagire carenza di informazioni chiare e suggerisce l’utilità di intraprendere, anche all’interno della stessa istituzione scolastica, campagne di sensibilizzazione e prevenzione. La ricerca ha cercato di chiarire, inoltre, quanto valevole possa essere un intervento di consulenza e sostegno psicologico a scuola e poco più della metà degli studenti intervistati sembrerebbe lo ritenga necessario: essi confidano nel disporre notizie complete relative al fenomeno e, attraverso il canale scolastico, poter partecipare ad incontri informativi mirati.
 
Sulla base di quanto sostenuto, sarebbe interessante evidenziare dettagliatamente, attraverso ricerche future, possibili differenzazioni di genere, in particolare nella manifestazione e gestione degli stati emotivi e nelle strategie di coping utilizzate. La letteratura scientifica mostra, ad esempio,  come le donne esperiscano tendenzialmente stati d’animo negativi, quali ansia, paura e preoccupazione eccessiva e cerchino di affrontare il problema con un sostanziale grado di impegno, in quanto la percezione del rischio è maggiore rispetto agli uomini, e questo le induce ad essere più timorose e poco tolleranti alle invasioni di privacy. Gli uomini, contrariamente, in situazioni di potenziale pericolo potrebbero essere o lusingati o indifferenti (Abazia, 2015)
 
Questa differenzazione nella percezione è esemplificativa e rende conto di come un fenomeno divenga problema sociale a seguito di un processo di percezione e identificazione che fa leva proprio sui nostri processi cognitivi (Gulotta, 2011).

 
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
 
Abazia, A., (2015). Il lato oscuro dell’amore. Lo stalking: comprendere e riconoscere il fenomeno attraverso il racconto di storie vere. Milano: Franco Angeli.
 
Brewster, M. (ed) (2003). Children and stalking. In Stalking. Psychology, Risk Factors, Intervention and Law. Civil Research Institute.
 
Carolyn Olson E., Rickert VI, Devidson LL., (2004).  Identifying and supporting  young women experiencing dating violence: what health practitioners should be doing Now. J Pediatr Adolesc Gynecol 17, 131-6
 
Gulotta, G. (2011). Compendio di psicologia giuridico- forense criminale e investigativo. Milano: Giuffrè.
 
Howard, D., Qui, Y., Boekeloo, B. (2003). Personal and social contextual correlates of  adolescent dating violence. J Adolesc Health, 33, 9-17.
 
Marmocchi, P., Dall’aglio, C., Zannini, M. (2004). Educare le life skills. Come promuovere le abilità psico-sociali e affettive secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Edizioni Erickson.
 
Mc Cann, JT. (2000). A descriptive study of child and adolescent obsessional followers. Journal of forensic sciences, 45, 195-199.
 
Pathé, M. Mullen, PE. (1997). The impact of stalkers on their victims. The British Journal of Psychiatry, 170, 12-17.
 
Purcell R., Flower, T., Mullen P. E. (2008). Adolescence Stalking: offence characteristics and affectiveness of criminal justice interventions. Report to the Criminology Research Council. Grant: CRC 06/05-06.
 
Purcell R., Moller B., Flower T., Mullen Paul E. ( 2009). Stalking among juveniles. The British Journal of  Psychiatry , 194 (5) 451-455.

 
 
 
 
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